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30.07.2026

Il racconto del convegno per i 30 anni del CAV di Venezia

Mercoledì 24 giugno, a Forte Marghera, si è tenuto il convegno “Radici di futuro: praticare la libertà, educare al genere, abitare il cambiamento”, promosso dal Centro Antiviolenza del Comune di Venezia e dalla Cooperativa La Esse, che nel Centro opera come équipe da dieci anni. L’appuntamento ha chiuso simbolicamente il periodo in cui si sono celebrati i 30 anni di attività del CAV, mettendo a terra un percorso di lavoro quotidiano e aprendo, insieme, alle sfide del futuro.

Una giornata intensa, che ha alternato al mattino gli interventi di esperte e accademici e nel pomeriggio i dati dell’équipe e cinque workshop tematici, per poi chiudersi con una restituzione grafica firmata Scribing.it, capace di raccontare per immagini tutto quello che si era detto in sala.

Ad aprire ufficialmente i lavori sono stati i saluti istituzionali, che hanno restituito il senso di una rete ampia e radicata sul territorio. 

Sono intervenute l’Assessora alla Coesione Sociale del Comune di Venezia Ermelinda Damiano e numerose e numerosi rappresentanti delle istituzioni regionali e comunali, dell’Azienda Sanitaria, delle Forze dell’Ordine e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia — a conferma di quanto il contrasto alla violenza di genere sia, prima di tutto, un lavoro corale.

Ad aprire i lavori è stata Patrizia Marcuzzo del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, che ha ripercorso la storia del Centro — e che nel corso della giornata ha moderato l’intero convegno. Dal 1994, anno di nascita del primo Centro Antiviolenza pubblico in Italia, a oggi, il CAV è cresciuto fino a contare quattro Case Rifugio, quattro sportelli territoriali e universitari e un’équipe di venti professioniste, arrivando nel 2025 all’accordo con le Università Ca’ Foscari e Iuav. I dati presentati fotografano un fenomeno complesso e in aumento: violenza psicologica (82%), fisica (52%) ed economica (34%) le forme più diffuse; il 44% delle donne subisce violenza da oltre cinque anni; il tasso di denuncia delle donne che si rivolgono al Centro è del 41%, a confronto della media nazionale ISTAT del 10,5%. Le prese in carico sono salite da 247 nel 2023 a 332 nel 2025. 

Il consenso e la Convenzione di Istanbul, quindici anni dopo

A prendere la parola è stata poi Sara De Vido, Professoressa Ordinaria di Diritto Internazionale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha ripercorso la forza trasformativa della Convenzione di Istanbul a quindici anni dalla sua adozione. Un testo che nasce dal riconoscimento della natura strutturale della violenza contro le donne — non un insieme di episodi isolati, ma un fenomeno radicato che richiede una risposta olistica, fatta insieme di prevenzione, protezione, procedimenti penali e politiche.

De Vido si è soffermata in particolare sull’evoluzione più recente: l’adesione dell’Unione europea alla Convenzione e l’adozione, nel maggio 2024, della Direttiva UE 2024/1385 sulla violenza contro le donne. È qui che il tema del consenso trova oggi una delle sue formulazioni più chiare a livello normativo: la Direttiva chiede agli Stati membri di promuovere il cambiamento dei modelli comportamentali radicati in rapporti di potere storicamente diseguali, mettendo al centro l’educazione al consenso come libera manifestazione della volontà della persona, nel rispetto reciproco e dell’autonomia fisica. Un consenso che — è stato ribadito più volte nel corso della giornata — non può restare un concetto astratto, ma deve diventare materia viva di educazione affettiva e sessuale nelle scuole, accompagnata dalla diffusione della consapevolezza che i rapporti sessuali non consensuali sono un reato.

Proprio su questo punto si è inserita l’analisi del magistrato Francesco Menditto, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura e Procuratore della Repubblica, che ha portato in sala la giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione sulla tutela effettiva delle donne vittime di violenza. Menditto ha richiamato alcuni principi che la Cassazione ha reso ormai stabili negli ultimi anni: la presunzione di veridicità delle dichiarazioni della persona offesa, soprattutto nei reati che si consumano in contesti chiusi e privi di testimoni; la distinzione tra la vulnerabilità della vittima — condizione da riconoscere e tutelare — e la sua presunta fragilità, spesso usata in modo improprio per sminuirne la credibilità; l’irrilevanza di ritrattazioni, silenzi o mancate denunce precedenti ai fini della valutazione dei fatti; e il divieto di vittimizzazione secondaria, ovvero il dovere di evitare che il percorso giudiziario diventi esso stesso fonte di ulteriore sofferenza per chi denuncia. Un impianto interpretativo che, ha sottolineato Menditto, mette sempre più al centro la tutela della persona offesa anche nelle misure cautelari e di protezione — dal braccialetto elettronico al divieto di avvicinamento — tra difficoltà operative ancora aperte e passi avanti importanti nell’interpretazione del diritto.

La prospettiva intersezionale e nuove maschilità

Dopo la pausa, Anna Grazia Lopez, Ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università degli Studi di Foggia, ha raccontato il Progetto Phoenix, dedicato alle maternità marginalizzate, violate, recluse: donne per cui la maternità, invece di essere una risorsa, rischia di diventare l’ennesimo terreno di giudizio e di colpa, se non accompagnata da una rete capace di prendersene cura senza sostituirsi a loro.

A chiudere la mattinata, Antonio Raimondo Di Grigoli, borsista di ricerca presso il DISPOC dell’Università di Siena, ha affrontato il tema delle nuove maschilità, restituendo alla platea uno degli snodi più importanti dell’intera giornata: se si vuole davvero contrastare la violenza di genere, occorre interrogare anche la costruzione sociale della maschilità, portandola alla luce come categoria di genere e non come standard neutro e implicito. Di Grigoli ha ripercorso il concetto di maschilità egemonica — quel modello, mai unico né statico, che legittima storicamente la disparità di potere tra uomini e donne — distinguendolo dalle sue declinazioni tossiche e mostrando come i giovani, fin dall’adolescenza, imparino a “diventare uomini” anche attraverso pratiche di competizione, repressione emotiva e omosocialità che si radicano ben prima dell’età adulta. I dati di un’indagine Ipsos condivisi in sala, su un campione di adolescenti tra i 14 e i 18 anni, restituiscono l’immagine di relazioni affettive attraversate da controllo, gelosia e comportamenti limitanti già molto diffusi tra i più giovani. 

Da qui l’importanza di lavorare, nei contesti educativi, su modelli di maschilità capaci di uscire dalla logica patriarcale: non uomini “senza emozioni” da difendere, ma persone libere di scegliere relazioni fondate sul rispetto e sulla parità.

Il pomeriggio: la sinergia dell’équipe e i workshop

Ad aprire il pomeriggio sono state Giulia Cavalletto, coordinatrice dell’équipe de La Esse al CAV, e Claudia Stefani, psicologa e operatrice sempre dell’équipe di La Esse, che hanno scelto di partire da una poesia scritta da una donna esperta di esperienza conosciuta al Centro, “In chiave minore: donne accordate al vento di una costellazione bassa” — un modo per riportare al centro della sala, prima ancora dei dati, la voce diretta di chi il percorso di uscita dalla violenza lo ha vissuto in prima persona. Alcuni versi sono rimasti sospesi nella sala:

Perché la musica in minore, non è una musica che si arrende, non è solo malinconia, non è solo lutto, non è solo ferita lasciata a cantare da sola. La musica in minore, sa stare vicino al danno, senza forme spettacolari. Tiene insieme, ombra e delicatezza, malinconia e bellezza, spavento e respiro. […] E a volte, stare in chiave minore, stare tra la bellezza e il danno, senza negare nessuno dei due, è già una forma altissima di resistenza.

Le due operatrici hanno poi raccontato la forza della sinergia tra pubblico e privato sociale che regge il lavoro quotidiano del Centro, presentando le sperimentazioni in corso e le sfide aperte per il futuro. Un lavoro che oggi, attraverso un’équipe multidisciplinare di venti professioniste, sperimenta il lavoro di gruppo e i laboratori di supporto psicologico all’Atelier delle Donne, e una continua sensibilizzazione del territorio a vari livelli: nelle scuole superiori, nelle università, con la cittadinanza, nelle aziende e nei servizi pubblici del territorio. In partenza inoltre il progetto Crescere senza Violenza, finanziato dal Comune e portato avanti da La Esse darà la possibilità di formare professioniste sul tema della violenza assistita e di entrare nelle scuole fin dall’infanzia sui temi del rispetto, dell’affettività e del consenso. 

La giornata è poi entrata nel vivo con i cinque workshop tematici — Protezione, Empowerment, Sorellanza, Comunità, Cultura — pensati come i pilastri del lavoro quotidiano del Centro, ciascuno costruito come uno spazio pratico ed esperienziale più che come una semplice lezione frontale.

Nel workshop Protezione, dal titolo Strategie per la co-costruzione di un Piano di protezione, si è lavorato su come la protezione non sia mai un automatismo, ma una costruzione che parte dalla percezione del rischio della donna e di tutti gli attori coinvolti: attraverso un caso-studio, il gruppo ha sperimentato l’utilizzo del SARA-S (Spousal Assault Risk Assessment) di A.C. Baldry, lo strumento di valutazione del rischio di recidiva.

Il workshop Empowerment, La Ruota del Potere, ha proposto uno sguardo intersezionale sulla violenza di genere, che si intreccia sempre con altri assi di discriminazione — classe sociale, origine, orientamento sessuale, abilità, età. Attraverso il “Gioco dei Privilegi” e l’analisi della Ruota del Potere, le persone partecipanti hanno esplorato come i propri posizionamenti individuali si traducano, spesso in modo invisibile, in vantaggio in barriere.

Nel workshop Sorellanza, Il Cerchio di Parola, si è utilizzata una pratica femminista basata sul confronto a partire dall’esperienza personale, per favorire la presa di parola, il riconoscimento delle differenze e la costruzione di uno spazio di apprendimento condiviso: partendo da una domanda semplice e insieme radicale — cosa significa per te sorellanza — ognuna ha potuto restituire il proprio significato della parola.

Il workshop Comunità ha ripercorso, attraverso la “GUIDA: per aiutare le donne che vivono situazioni di violenza di genere”, le attività di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza, uno strumento pensato per costruire relazioni accoglienti e non giudicanti nei contesti di vita e di prossimità. Con la facilitazione delle operatrici del CAV, il gruppo ha lavorato su un doppio livello: il “saper fare”, cioè gli interventi di competenza e le strategie di rete più efficaci, e il “saper essere”, il posizionamento personale di ciascuna professionista di fronte a una donna che chiede aiuto.

Infine il workshop Cultura ha proposto un’esperienza immersiva basata sulle tecniche del Teatro dell’Oppress3: attraverso la simulazione di scenari quotidiani di oppressione, i partecipanti hanno potuto allenarsi, in uno spazio protetto, a immaginare e testare soluzioni pratiche alternative, allenando corpo, pensiero e sguardo per riconoscere e contrastare le radici culturali della violenza di genere nelle proprie comunità — lo stesso linguaggio del Teatro Forum che, il giorno successivo al convegno, ha portato in scena “Che cosa ci vuoi fare: scene di ordinaria molestia”.

E poi, filo conduttore che ha attraversato l’intera giornata, la sorellanza: non un’idea astratta, ma — come ha sintetizzato una delle operatrici nel workshop dedicato — un atto politico e, prima ancora, un processo di apprendimento. Qualcosa che si costruisce riconoscendosi nell’altra, prendendosi cura della distanza tra sé e chi si ha di fronte, e che può essere scelto e coltivato ogni giorno, dentro e fuori dal Centro.

A chiudere i lavori, la restituzione grafica curata da Scribing.it, che ha trasformato in immagini i temi discussi lungo tutta la giornata: dalla comunità alla cultura, passando per protezione, empowerment e sorellanza.

Quello che ci portiamo a casa

Come hanno raccontato le operatrici del CAV nei giorni successivi al convegno, quello che resta di questa giornata è la conferma di essere su una strada giusta: quella di un cambiamento culturale lento, ma possibile, di cui a Forte Marghera si è vista concretamente la potenzialità. È stato anche un momento per ricordarsi, come équipe, che la passione e la cura messe ogni giorno nel lavoro al Centro Antiviolenza sono condivise e ricambiate da una rete più ampia — istituzioni, professioniste, accademiche, cittadinanza — che sceglie di camminare nella stessa direzione.

Un percorso che passa dal consenso come base di ogni relazione, dall’educazione al rispetto e all’affettività fin dai banchi di scuola, da nuove maschilità capaci di uscire dalla dinamica patriarcale, e dalla sorellanza intesa come pratica quotidiana di apprendimento reciproco. Radici, appunto, per un futuro che si può ancora scegliere di costruire insieme.

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